Atc, Associazioni e Amministratori scrivono al Commissario Filippini chiedendo di rivedere le ordinanze di contenimento della PSA:
Egregio commissario,
a distanza di circa 3 anni e mezzo dal ritrovamento del primo caso di PSA in Italia (06 gennaio 2022) ci troviamo, oggi, a prendere atto che il fronte della malattia è in veloce espansione verso il sud-est del nostro paese.
Fino ad ora il mondo venatorio per il tramite degli Ambiti Territoriali di Caccia (A.T.C.) ha accettato la linea strategica imposta dalla Struttura Commissariale, impegnandosi fortemente nell’organizzazione di innumerevoli prestazioni volontarie nelle ricerche attive di carcasse, nella individuazione delle medesime e nella loro rimozione, procedendo alla formazione dei cacciatori mediante corsi di preparazione tecnica, all’abilitazione dei cani da utilizzare nelle operazioni di depopolamento e, soprattutto, nelle costosissime operazioni di adeguamento delle “case di caccia” alle prescrizioni delle competenti Autorità Competenti Locali.
Anche, molte, amministrazioni Comunali hanno dato la loro disponibilità nei limiti di competenza, mettendo a disposizione , per quanto possibile, risorse e mezzi di varia natura; sono proprio i Sindaci dei Comuni ed i loro Uffici ad essere la prima linea, vera e propria, tra le esigenze del territorio e la presenza massiccia del Cinghiale con tutte le problematiche che questa comporta: sicurezza nella circolazione di mezzi e persone, problematiche legate alla gestione dei rifiuti urbani, manutenzione delle strade e tutela dell’agricoltura.
Il blocco dell’attività venatoria nei confronti della specie ha avuto come conseguenza un aumento numerico impressionante; è universalmente conosciuta la capacità riproduttiva del Cinghiale, migliaia di capi – invece di essere abbattuti nella stagione venatoria- sono divenuti ulteriori riproduttori con la ovvia conseguenza di un vero e proprio “boom” demografico.
Le conseguenze di tale assetto, la logica le impone, non possono che essere le seguenti: nel caso in cui il virus dovesse presentarsi, centinaia – forse migliaia?- di carcasse che sono il serbatoio del virus, rimarrebbero nei boschi rendendoli infetti; nel caso in cui il virus non dovesse presentarsi si verificherà un ulteriore incremento della popolazione pari, all’incirca, al raddoppio degli effettivi presenti a fine inverno.
Le linee di intervento della struttura commissariale, fino ad oggi, si sono basate sui seguenti principi: barriere fisiche (recinzioni) ; cattura mediante trappolaggio; abbattimenti notturni ed in selezione; depopolamento mediante “girata” con forti limitazioni nel numero degli operatori e dei cani.
Esaminando singolarmente le linee di intervento proposte non si può fare a meno di evidenziare quanto segue:
Barriere fisiche
Le recinzioni sono costosissime – per l’intervento di chiusura dei varchi sotto l’autostrada A15, si parla di circa 10 milioni di €- peraltro ad oggi non terminata nel tratto più difficile ma potenzialmente più utile, sul confine tra la provincia di Parma e la provincia di Massa. Esse non costituiscono una barriera impenetrabile per il cinghiale, e per contro potrebbero generare un effetto “imbuto” convogliando gli animali sulle strade e sui torrenti che certamente non possono essere chiusi, (fenomeni che sono oggetto di studi universitari che ad oggi confermano queste circostanze); inoltre, creano gravi difficoltà di spostamento alla fauna diversa dal Cinghiale. A ciò occorre aggiungere che l’inefficacia di questo tipo di barriere non è fatto recente: i primi casi di PSA erano confinati in Liguria tra la A7 e la A10, successivamente una barriera con recinzione è stata approntata in Regione Piemonte (che è stata oggetto di forti critiche finite anche su vari
programmi televisivi), senza produrre gli effetti sperati ed anche il barrieramento della A15 è ormai superato abbondantemente dalla malattia; tuttavia ora si pensa di recingere la linea ferroviaria Pistoia – Bologna la cosiddetta “Porretana”.
Cattura mediante trappolaggio
Questo tipo di intervento risulta di difficile gestione, manca il personale per la posa e messa in opera delle trappole, una volta catturati i cinghiali diviene necessario procedere al loro abbattimento all’interno ed a tale operazione sono abilitati solo gli agenti delle polizie provinciali; l’esercito chiamato a collaborare – pare non possa procedere allo sparo – inoltre, dopo l’abbattimento la filiera per lo smaltimento dei capi abbattuti risulta difficoltosa per mancanza di strutture e di chiari protocolli.
Depopolamento con tiro notturno o selettivo
I costi esorbitanti delle operazioni di depopolamento operate da ditte specializzate, ove effettuate, hanno portato alla conclusione che il rapporto costi benefici era totalmente da abbandonare; nelle zone dell’Appennino delle province di Parma, Massa-Carrara e La Spezia non vi sono gli ambienti aperti per poter operare questo tipo di azioni, senza contare che gli abbattimenti notturni presuppongono una dotazione tecnica (visori notturni, intensificatori di luce ecc.) decisamente molto costosa. Comunque i numeri sono sempre molto limitati in termini di abbattimenti.
Infine, nelle – rare – situazioni nelle quali viene consentito il depopolamento mediante “girata” con i limiti posti al numero degli operatori, al numero dei cani utilizzabili, al fatto che gli operatori possano partecipare solo se residenti all’interno delle zone di intervento (recentemente si era giunti a vietare ogni altra forma di attività venatoria nei confronti di ogni specie ed in tutto il territorio nazionale) creano situazioni negative e risulta impossibile raggiungere l’obiettivo di una incisiva azione di depopolamento.
Le forme tradizionali di caccia al Cinghiale si sono sviluppate nel tempo per massimizzare i risultati in termini di abbattimenti, escluderle – a priori – dalle tecniche per l’effettuazione del depopolamento crea, quantomeno, disappunto nel mondo venatorio.
La cosiddetta “braccata” ritenuta causa di allontanamento dei cinghiali di fatto non è una forma di caccia codificata; quanti sono i cacciatori e quanti sono i cani perché un’azione di caccia possa essere definita “braccata”?
Se si dovesse ritenere “braccata” ogni azione di caccia che preveda l’impiego di un numero di operatori sopra ai 15 ed un numero di cani superiore a 3 saremmo lontani dalla realtà.
In un ambiente montano e collinare come quello delle province di Parma, Reggio Emilia, Massa-Carrara e La Spezia, con copertura vegetale davvero importante ed una configurazione orografica oggettivamente molto difficile, fissare il numero massimo degli operatori a 15 ed il numero di cani massimo a 3 risulta assolutamente penalizzante.
Inoltre dobbiamo considerare anche le aree vitali del cinghiale, soprattutto in ambiente appenninico. Ricerche scientifiche hanno mostrato come home range mensili di cinghiali maschi siano mediamente di 526 ha e di cinghiali femmine di 261 ettari (Cavazza et al. 2023). La dimensione di un home range giornaliero è risultata essere di 69.7 ettari (Johann et al. 2020), quindi ben inferiore all’area interessata da un intervento di depopolamento eseguito anche con numeri superiori a quelli attualmente concessi.
- Cavazza S., Brogi R., Apollonio M. 2023. Sez-specific seasonal variations of wild boar distance traveled and home range size. Current Zoology 70(3): 284-290.
- Johann F., Handschuch M., Linderoth P., Heurich M., Dormann C.F., Arnold J. 2020. Variability of daily space use in wild boas Sus scrofa. Wildlife Biology. Wlb.00609.
- Fattebert J., Baubet E., Slotow R., Fischer C. 2017. Landscape effects on wild boar home range size under contrasting harvest regimes in a hman-dominated agro-ecosystem. European Journal of Wildlife Research, 63(32): 1-9.
L’impatto dell’attività venatoria inoltre, non sembra modificare molto le dimensioni degli home range, come dimostrato da uno studio condotto in Svizzera, quindi in ambiente paragonabile a quello appenninico, dove i cinghiali hanno occupato aree per 254 ettari durante il periodo senza attività venatoria, aumentandole a 340 ettari (aumento del 33%) durante il periodo con attività venatoria (Fattebert et al. 2017).
Quindi se l’home range del cinghiale è quantificabile in valori massimi compresi tra 500 e 600 ha come potrebbe un maggior numero di operatori o un maggior numero di cani provocare l’espansione della malattia, quando questa si espande anche dove l’attività venatoria e le operazioni di de popolamento sono ferme!!
Al riguardo si evidenzia che l’ambiente del cinghiale è frequentato da migliaia di altri fruitori, cercatori di funghi, trekkers, boscaioli, pastori, ciclisti, semplici escursionisti, ai quali non sono stati imposti limiti all’accesso derivanti dalla loro residenza.
A fronte di quanto sopra esposto i sottoscritti sono a richiedere:
1- Maggior coinvolgimento del mondo venatorio nelle scelte gestionali relative alle procedure del depopolamento, per giungere ad una regolamentazione che tenga conto delle singole situazioni ambientali e faunistiche, soprattutto in riferimento al numero degli operatori e dei cani da utilizzare per giungere ad un’efficacia maggiore.
2- Predisposizione di un piano di finanziamento di tutte le operazioni collegate alla gestione della PSA per tutti gli enti coinvolti.
3- Eliminazione delle regole che impongono limitazioni di spostamento ai cacciatori impiegati nelle operazioni di depopolamento.
Infine non possiamo non sottolineare che fino ad oggi il mondo venatorio ha prestato la propria opera e proprie competenze a titolo gratuito e senza risparmiarsi, nell’ottica di giungere, nel più breve tempo possibile, ad una normalizzazione della situazione sanitaria e faunistica, anche nel rispetto delle altre componenti sociali – agricoltori in primis – seguendo le linee gestionali dettate dalla struttura commissariale.
Questo documento, però, testimonia che il clima di fiducia e collaborazione, a fronte di evidenti ed innegabili chiusure nei confronti del mondo venatorio è in via di esaurimento ed anche il sistema delle deroghe non è più visto come mezzo per giungere ad una soluzione del problema ma come strumento per ottenere prestazioni senza alcuna contropartita.
Distintamente si saluta.
Pontremoli 08/08/2025 - Aderiscono al presente documento :
L’ATC di La Spezia.
I sindaci dei comuni di Pontremoli, Fivizzano, Aulla, Casola, Licciana Nardi, Bagnone, Villafranca Lunigiana, Fosdinovo della provincia di Massa e Carrara.
I Sindaci dei comuni di Ameglia , Arcola, Beverino, Bolano, Borghetto Vara, Brugnato, Calice al Cornoviglio Carrodano, Carro, Castelnuovo Magra, Deiva Marina, Follo, Framura, La Spezia, Lerici, Maissana, Monterosso al mare, Pignone, Porto Venere, Riccò del Golfo, Riomaggiore, Rocchetta Vara, Santo Stefano di Magra, Sarzana, Sesta Godano, Varese Ligure, Vernazza, Vezzano Ligure, Zignago, della Provincia di La Spezia .
Le sezioni provinciali F.I.D.C. di Parma, La Spezia, Massa Carrara.
Il coordinamento degli ATC della provincia di Parma.
Il coordinamento degli ATC della provincia di Piacenza .
L’ATC PR 9
L’ATC Reggio Emilia n°4 “Montagna”
La sezione C.S.T. di Mulazzo (MS)
La Sezione Provinciale Arcicaccia di Massa Carrara
La sezione Provinciale Arcicaccia di La Spezia.
La Sezione Provinciale Liberacaccia di La Spezia.
La Sezione Provinciale Italcaccia di La Spezia.
La Sezione Provinciale Enalcaccia di la Spezia.
A titolo personale aderiscono :
Il Vice Presidente Pro Segugio di Massa Carrara e consigliere ATC MS 13 Sig. Galli Claudio.
Il consigliere ATC MS 13 Sig. Boeri Fabio.

